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LE IMPERFETTE, #recensione

La maternità è senz’altro uno dei desideri più intimi delle donne; non di tutte, forse, ma della maggior parte sì. Anche le più ambiziose, persino quelle che hanno puntato tutto sulla carriera o le single incallite, a un certo punto della vita sentono ticchettare l’orologio biologico e desiderano un figlio. Magari perché hanno trovato l’uomo giusto e vogliono coronare un sogno d’amore; magari per sentirsi in qualche modo eterne e scongiurare l’oblio; magari perché questo è quello che ci si aspetta da loro.

Tuttavia, la maternità non è istintiva per tutte, non è sempre facile né innata. C’è chi, in realtà, si scopre del tutto inadatta a ricoprire quel ruolo così importante e si sente incatenata da quei piccoli esseri umani, che pur essendo così preziosi, pur amandoli moltissimo, rappresentano anche la fine della libertà e della vita così come la si conosceva. Obbligano quasi a mettere da parte il proprio io, o una larga parte dei propri interessi, e tendono a far gravitare ogni aspetto della vita o evento della giornata attorno a loro. Ci si sente bloccate, esauste e, a volte, desiderose di scappare via.

Forse questo farà storcere il naso a qualcuno. Cionondimeno è una sensazione condivisa da molte donne e spesso poco affrontata, per nulla espressa, nascosta sotto falsi sorrisi per via di quel senso di colpa e di inadeguatezza che si avverte semplicemente al pensiero di non provare ciò che si dovrebbe. Ciò che le altre sicuramente (?) provano.

Diventare madri è un’esperienza che sconvolge, che porta a modificare abitudini, stile di vita, interessi e priorità. Fa acquisire nuove consapevolezze, oppure al contrario, fa perdere il contatto con il vero io, fa mettere in discussione ogni certezza. Può portare all’appagamento totale o a un senso di smarrimento.

Quest’ultimo è il caso di Anna, protagonista del romanzo vincitore del premio DeA Planeta, Le imperfette. Anna si sente imperfetta, perché non corrisponde ai canoni classici di moglie ideale e madre devota. Al contrario, dopo la nascita di Gabriele e soprattutto della sua seconda figlia, Natalia, Anna avverte il bisogno di cercare una sua identità, distinta da quella della sua famiglia: diversa da quella legata al serioso Guido, primario di chirurgia estetica in una prestigiosa clinica privata; diversa dal ruolo di figlia obbediente, rimasta orfana di madre troppo in fretta e cresciuta con un padre per il quale è stata il centro del mondo; diversa da quella di mamma di due bambini piccoli e bisognosi d’affetto. Desidera sentirsi solo Anna, la donna che scalpita alla vista di Javier, giovane andaluso con cui intrattiene una relazione extraconiugale. Anna, che mente a suo marito provando un brivido di eccitazione all’idea che la sua doppia vita possa scatenare in lui una viscerale gelosia. Anna, che non vede l’ora di mollare i suoi figli all’asilo per vivere un paio d’ore di passione.

In questo romanzo sembrano non esserci personaggi del tutto positivi. Non lo è Anna, appunto; non lo è suo marito Guido, né suo padre Attilio; non lo sono Javier e sua moglie; non lo è Maria Sole, la segretaria della clinica. Sono tutti terribilmente imperfetti.
Ma è proprio qui la forza del romanzo di Federica De Paolis,
bravissima nello sviscerare tutta la gamma delle emozioni umane, specie femminili, senza preoccuparsi del politically correct. Sta in questo insano egoismo dei personaggi, la bellezza del romanzo. Nel loro essere così maledettamente umani.

La scrittura leggiadra della De Paolis fa sì che questo libro si legga con trasporto in poche ore, ma il messaggio che trasmette è destinato a restare: no, l’essere umano non è perfetto; le madri non sono infallibili e, soprattutto, ricordiamoci che non sono solo madri: sono donne, mogli, figlie (in alcuni casi amanti, ma questa è un’altra storia). Ognuno di noi ha più facce, più ruoli, e il segreto per vivere una vita autentica sta nell’accettare e abbracciare ciascuno di essi. Perché la felicità, in fondo, può annidarsi proprio nell’imperfezione.

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#leBrevi – Letture di Giugno

Tante e variegate le letture di giugno: dalle ultime novità ai classici page-turner, passando per quei romanzi che infiammano l’anima. Quelli che preferisco, del resto.

Del COLIBRÌ ho parlato abbondantemente nella recensione che trovate scorrendo il blog. Divorato per metà e inghiottito quasi a fatica negli ultimi capitoli. Il giudizio resta sospeso tra la consapevolezza di trovarsi di fronte a un romanzo di gran valore e l’amarezza, tutta soggettiva, di non averlo apprezzato appieno.

LA VITA SEGRETA DEGLI SCRITTORI è il primo romanzo che leggo di Musso, del quale, a torto o a ragione, ho sempre snobbato quelli d’amore, ma di cui ho spesso osservato con curiosità i thriller. Temo, però, di aver iniziato da quello sbagliato. Nonostante la trama abbia tutte le carte in regola per farsi apprezzare, il romanzo non decolla e mi lascia alquanto insoddisfatta. Darò un’altra chance all’autore.

E veniamo al mio amato Joel Dicker. Il suo capolavoro, La verità sul caso Harry Quebert, resta ad oggi inarrivabile. Tuttavia, i suoi thriller successivi sono comunque estremamente accattivanti e L’ENIGMA DELLA CAMERA 622 non fa eccezione, anzi. Si avvicina moltissimo, per suspense e ritmo, alla più nota Verità, consacrando l’autore come uno degli scrittori di thriller più amati in assoluto.

Tanto breve quanto gradevole questa raccolta di racconti uscita dalla penna di Nadia Terranova. Il libro è quasi una dichiarazione d’amore (ma io toglierei anche il quasi) verso la città che l’ha adottata e che sente come la sua seconda casa. Giurerei che c’è un piccolo pezzo dell’autrice in ognuna delle donne narrate. La scrittura della Terranova, pulita ed elegante, rende godibile ogni pagina di COME UNA STORIA D’AMORE.

IL DANNO. Il titolo è quasi un avvertimento, perché questo romanzo procura ferite. È una lama affilata, ogni pagina è una stilettata che sfiora il cuore. Ne è stato tratto un film, qualche decennio fa, con un leggendario Jeremy Irons. Leggete questo libro, in cui eros e pathos fanno a pugni con il logos con cui il protagonista tenta, invano, di dominarsi, ricadendo sempre e comunque tra le braccia della fidanzata di suo figlio. Che meraviglia, queste pagine. Quanto splendore!

IO SONO LA BESTIA l’ho letto in un giorno e questo dovrebbe già fornire un indizio su quanto io abbia apprezzato il romanzo d’esordio di Andrea Donaera. NN editore sforna capolavori e questo è uno tra i più belli. Diretto, spietato, crudo e intensissimo. Donaera sa come scrivere un libro!

IL COLIBRÌ, #recensione

“La sua vita ha sempre continuato a srotolarsi allo stesso modo: stando ferma per anni mentre quelle degli altri andavano avanti”

Ho letto il libro dell’anno, quello di cui tutti parlano e che è dato per favorito al premio Strega 2020. E lo vincerà, probabilmente.
Lo vincerà perché è un romanzo innovativo, diverso, che in qualche modo segna una tacca sull’asse della letteratura. Accanto ai tanti, troppi libri dallo stile e dalle trame tutte uguali, Il colibrì si pone come un faro di luce, questo è indiscutibile.
Merita la vittoria? Beh, a questo non so davvero rispondere, perché è un romanzo talmente complesso da costringermi a un’analisi separata dei suoi punti di forza e di quelli di debolezza.

Partiamo dagli aspetti positivi, che sono tanti.
Anzitutto, come ho già accennato, ha una struttura originale. È diviso in quarantasei capitoli, ognuno dei quali si differenzia dagli altri per stile, natura, lunghezza e registro. Si va dalla corrispondenza via email al flusso di coscienza, dalla narrazione in terza persona all’uso esclusivo del dialogo. Vi sono capitoli di una o due pagine e altri decisamente più lunghi e corposi.
Attraverso ognuno di essi scopriamo la storia di Marco Carrera, un oftalmologo che conduce quella che all’apparenza può sembrare una vita mediocre, ma che analizzata a fondo rivela tutta la sua straordinarietà. Un fattore, questo, che troviamo anche in Stoner, uno dei capolavori della letteratura contemporanea, ma per quanto Il colibrì sia certo un romanzo notevole, siamo ben lungi dal paragonarlo alla pietra miliare uscita dalla penna di John Williams.

Marco Carrera è il colibrì, appunto, un nomignolo che gli viene dato a causa di una condizione congenita che gli impedisce di crescere, fino a quando non lo farà di colpo, saltando le fasi intermedie che ogni essere umano passa. Con l’uccello di cui porta il nome, tuttavia, condivide anche altri aspetti. Primo fra tutti quella capacità di darsi tanta pena per restare esattamente dove si è.
Marco ha un matrimonio che è una farsa, una figlia attaccata a un filo, un’amante platonica, un fratello con cui non parla e tre distinti drammi familiari.
Ogni aneddoto raccontato in ordine sparso, senza seguire il classico andamento cronologico, ci fornisce qualche dettaglio in più sulla sua storia, su ogni sua relazione e sulla psiche, tutt’altro che ordinaria, del protagonista.
Si legge in pochi giorni, scorre facilmente e si rivela tutto sommato una lettura gradevole.

Ma veniamo ora agli aspetti che non mi fanno gridare al capolavoro.
Nella prima metà del libro, Veronesi ci prepara a qualcosa di eccezionale, semina briciole di pane che stimolano l’appetito del lettore e la sua curiosità per come andrà a finire. Peccato, però, che poi queste briciole le mangi qualcun altro, lasciando noi poveri lettori con l’acquolina in bocca scaturita dalla promessa di un lauto pasto e mai realmente appagata.
Ogni disastro nella vita di Marco ristagna in superficie, senza addentrarsi nelle ragioni che lo hanno portato a essere ciò che è e a compiere le scelte che ha fatto. Si sorvola soltanto, sui fatti salienti della sua vita, come appunto fa un colibrì, che vola battendo le ali velocissimo e non si posa mai su nulla.

Inaspettatamente deludente, poi, è tutto il discorso improntato sull’Uomo del Futuro, sulla bella ed eccessivamente e inverosimilmente e stucchevolmente (e tanti altri –mente) perfetta Miraijin. No, lì non ci siamo proprio.

A lettura ultimata, questo romanzo mi lascia sospesa a metà tra la meraviglia e la delusione e non so davvero decidere verso quale lato far pendere l’ago della bilancia. Forse non mi resta che sbattere le ali ottanta volte al secondo e restare perfettamente immobile nel mezzo.

#leBrevi – Letture di Maggio

Maggio – BOMPIANI

Non so mettere in ordine di preferenza le letture, tutte di stampo Bompiani, intraprese nell’ultimo mese, poiché ognuna di esse mi ha a suo modo conquistato, ma ha trasmesso qualcosa e si è rivelata estremamente interessante. Le disporrò, dunque, in ordine di lettura.

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▶️VERSO UN SICURO APPRODO è stato per me un romanzo di scoperta. Nonostante lo spessore dell’autore, vincitore del premio Pulitzer per la letteratura, non avevo mai letto un suo libro. Felicissima di aver iniziato da questo.

▶️CAMERE SEPARATE, annoverato tra i migliori romanzi lgbt, non delude affatto le aspettative. Tenero e spietato, come ogni storia d’amore sa essere, indaga a fondo sui sentimenti e sulle emozioni che si impadroniscono di noi, non solo durante una relazione sentimentale, ma soprattutto quando questa finisce. E nella maniera più terribile che si possa immaginare. Bellissimo.

▶️Con HOTEL NEW HAMPSHIRE si cambia registro e si punta sull’ironia, sul paradosso, su situazioni esilaranti che tuttavia lasciano spazio anche a profonde riflessioni e a tematiche forti. Con un tono lieve e leggero, Irving racconta la vita di una famiglia sui generis, tra lutti improvvisi, stupri negati, cani impagliati, nanismo, incesto e improbabili orsi.

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▶️LA FORZA DELLA NATURA è l’unico thriller letto a maggio, scelto appositamente per l’ammirazione che nutro nei confronti dell’autrice, Jane Harper (adoro!). Ritorna il taciturno Aaron Falk, protagonista di Chi è senza peccato, costretto a indagare questa volta sulla scomparsa di una donna, sua fonte, durante un’escursione nei boschi. Perché sono tornate solo quattro delle cinque ragazze partite? Cosa è accaduto con il favore delle tenebre (scusate, non ho resistito 🤭)? Che fine ha fatto Alice?

CAMERE SEPARATE, #recensione

“Se la sua vita sentimentale è un disastro, se nel profondo è inquieto e non troverà mai pace, è perché lui è diverso e si deve costruire una scala di valori partendo proprio da questa sua diversità”

Cosa ci resta alla fine di una storia, quando ci tocca convivere con un’assenza che brucia l’anima e che non si ha idea di come riempire nuovamente, né se mai saremo in grado di farlo?

Camere separate è il romanzo più noto di Pier Vittorio Tondelli, quello che lo ha consacrato tra i big della letteratura italiana di tutti i tempi.

Gli si fa riferimento quando si parla di narrativa Lgbt, in quanto racconta la storia d’amore tra Leo e Thomas. Una storia che per tre anni scorre in maniera tutt’altro che lineare e che porta con sé tanta passione quanto dolore.

Parlare di una semplice relazione sentimentale omosessuale, tuttavia, sarebbe estremamente riduttivo, o meglio significherebbe non rendere giustizia alla profondità dell’opera.

Un’opera che scava nei pensieri di Leo, portandone alla luce paure ed emozioni, desiderio di lasciarsi andare e consapevolezza che ciò che lui vive esula da ciò che comunemente ci si aspetterebbe da lui. E non solo per le implicazioni del suo orientamento sessuale, che lo rende diverso dai suoi amici sposati con figli, proprietari di casa, perfettamente integrati nella società, ma anche dai suoi amici gay, i quali pur volendogli bene, ne giudicano le scelte amorose, le attese e la sua incapacità di liberarsi del passato.

Attraverso Leo, il lettore impara che non esiste una regola universale che ci insegni ad amare, ma che ognuno di noi deve fare i conti con il proprio buio, con la propria personalissima diversità – ciò che ci rende unici e in qualche modo speciali, ciò che ci rende “noi” -, con il proprio fardello e con quella nuova persona che diventiamo ogni qualvolta aggiungiamo una nuova esperienza alla nostra vita e che dobbiamo imparare a conoscere, accettandone i limiti e trasformarli in opportunità di crescita.

Per tornare ancora una volta a splendere.

Per tornare ancora una volta ad amare.

  • Camere separate
  • Pier Vittorio Tondelli
  • Bompiani
  • € 13.00, pp. 216

Nella buona e nella cattiva sorte

Verso un sicuro approdo – Wallace Stegner

“La giovinezza non ha niente a che vedere con l’età anagrafica; sono i periodi di speranza e felicità”

Avrei voluto scrivere una bella recensione per il romanzo che lo scrittore premio Pulitzer Wallace Stegner ha composto pochi anni prima della sua morte. Eppure, nonostante mi sia piaciuto moltissimo, dopo aver preso il mio taccuino, sono rimasta a fissarlo per un’ora senza sapere cosa fare.

E dire che di argomenti di cui parlare ce ne sarebbero parecchi. Amicizia, innanzitutto. È questo il fulcro del romanzo: raccontare lo straordinario legame che si crea tra due coppie, accomunate da vari interessi.

Larry e Sally Morgan sono due talentuosi squattrinati in cerca di meritati riconoscimenti e di una stabilità lavorativa che però tarda ad arrivare.

Charity e Sid Lang, invece, sono dei ricchi benefattori, due personalità agli antipodi, tanto prepotente lei quanto smidollato lui, una sorta di inetto dedito alla poesia e alla contemplazione, incapace di prendere posizione e ribellarsi al carattere indomito e dominante di sua moglie.

Charity ha, infatti, l’abitudine di organizzare la vita degli altri: dalle scelte sulla carriera al luogo in cui vivere, la bisbetica “indomata” ma dal cuore d’oro decide per le persone a lei vicine senza ammettere obiezioni. Anche se per farlo talvolta eccede in opere di carità. Nomen omen.

Eppure, malgrado i difetti di entrambi, Larry e Sally non possono che affezionarsi a questa coppia così generosa e carismatica.

Parlare solo del loro rapporto di amicizia, tuttavia, sarebbe riduttivo. Verso un sicuro approdo è anche un romanzo in cui il fato, il destino, la fa da padrone, cercando di sottrarre agli uomini il controllo sulla propria vita, mettendo i bastoni tra le ruote.

È una storia di fortuna e sfortuna, di fatica e piccole conquiste, di sogni in frantumi e difficoltà. Ma anche di feste, musica e poesia. Di celebrazione della letteratura e della natura. Amore per la vita e forza di volontà.

E soprattutto di affetto profondo e sincero verso la famiglia che ci scegliamo, verso estranei che a un tratto diventano tra le persone più importanti della nostra esistenza.

Wallace Stegner scrive il romanzo di una vita. Narrato in prima persona da Larry con uno stile asciutto ed elegante, ripercorre i tratti salienti della sua giovinezza e di quella dei suoi amici, raccontando desideri e tormenti di un’intera generazione che nella seconda metà del Novecento cerca di prendere la vita a morsi, attendendo che passi il brutto e godendosi ogni momento bello.

Perché se la vita non è altro che la somma di tanti attimi, non ci resta che fare in modo di collezionare il maggior numero di istanti di felicità.

  • Verso un sicuro approdo
  • Wallace Stegner
  • Bompiani
  • € 22.00, pp. 340

Paura di volare

L’arte sconosciuta del volo, Enrico Fovanna

Shirsasana variation

«È stato un viaggio inutile, mi chiedo.

No, nessun viaggio lo è mai davvero»

Due frasi, un breve discorso interiore, racchiudono il senso di questo romanzo di formazione, con tante elucubrazioni e un pizzico di noir.

Un viaggio con la mente, prima ancora che con il corpo, è ciò che compie Tobia, il protagonista, un medico legale quarantottenne, divorziato, senza figli, con un lavoro che non gli dà più alcuna soddisfazione e una vita fin troppo solitaria, costellata solo di fantasmi e di ricordi.

Il pensiero corre dritto alla sua infanzia a Premosello, un piccolo paesino di montagna in cui il piccolo Tobia ha vissuto anni felici, in compagnia del suo amico Ettore, del suo acerrimo nemico Gioacchino, il bulletto della scuola, della brava Fiorella, del pazzo Lupo – il matto del paese – e di padre Camillo, figura paterna e amorevole, con cui i bambini trascorrevano il pomeriggio imparando nuove cose e godendo della natura. Soprattutto, ciò che continua a occupare la mente di Tobia è Carolina, la bella della classe, di cui era perdutamente innamorato.

Cosa le sarà accaduto quando le loro strade si sono divise? È buffo che ci ripensi dopo tutti questi anni, eppure ogni cosa sembra ricondurre a quei momenti spensierati, quando lui era solo un bambino come tanti. Quando, cioè, la morte non aveva ancora mostrato il suo lato oscuro.

C’è stato un momento dell’infanzia di Tobia, infatti, che ha segnato un passaggio fondamentale per la sua crescita, in maniera fulminea e brutale. Due dei suoi compagni sono stati trovati morti e a essere accusato del loro omicidio è stato proprio il buon padre Camillo, la persona che meno di chiunque altro sembrava capace di fare del male ad anima viva.

Tobia non ha mai creduto alla sua colpevolezza e, a distanza di decenni, decide di venire a capo della questione e di scoprire cosa è realmente accaduto tanto tempo prima.

Il romanzo di Fovanna si legge con piacere e trasporto, anche se a mio avviso molti aspetti restano eccessivamente superficiali, come il rapporto tra Tobia e sua moglie Giada, mentre altri risultano quasi paradossali e inverosimilmente accentuati. L’ossessione che matura Tobia verso ciò che è avvenuto quando era solo un bambino e senza un particolare motivo lascia un po’ perplessi, così come l’amore spasmodico e smisurato per Carolina, una bambina con cui ha scambiato due parole e un bacio.

Per quanto abbia trovato la lettura scorrevole e tutto sommato gradevole, ritengo che sia stato dato troppo peso a ciò che meritava di essere ridimensionato, e che non siano stati affatto toccati temi fondamentali ai fini della storia, posati invece lì per caso, come se non avessero abbastanza importanza.

Questi piccoli dettagli, tuttavia, non intaccano la bellezza del romanzo né l’eleganza della scrittura, che resta notevole.

  • L’arte sconosciuta del volo
  • Enrico Fovanna
  • Giunti
  • € 18.00, pp. 341

Alla luce del sole

PURITY – recensione

Il Lotus Mudra rappresenta la purezza, un fiore che si schiude. Proprio come Pip, destinata a rinascere dopo una vita di ombre e segreti

Purity odia il proprio nome, lei che di puro crede di non avere proprio nulla. Invischiata in un rapporto di co-dipendenza con la sua lunatica e nevrotica madre, cerca di barcamenarsi nel mondo degli adulti, sopravvivendo come può in situazioni al disotto della soglia di povertà e con un ingente debito studentesco da ripagare.

Come se la vita non fosse già abbastanza difficile per Pip – così si fa chiamare Purity per sfuggire al peso del suo nome – a darle grattacapi ci si mette anche la sua incompiutezza, la mancanza di punti di riferimento stabili e solidi.

Pip non ha mai conosciuto suo padre e dal suo unico genitore ricava solo bugie raccontate male.

Non è colpa sua se è così incasinata, si dice Pip. Chiunque lo sarebbe nelle sue condizioni. Decisa a mettersi sulle tracce di suo padre, Pip si lascia attrarre dal Sunlight Project e soprattutto dalla figura carismatica del suo fondatore, Andreas Wolf, una personalità complessa che pone il suo e altrui operato sotto i riflettori e nasconde nell’ombra della sua anima nera i segreti più impensati. Segreti che ha confidato solo a Tom Aberant e che, forse, non avrebbe mai dovuto dire.

Un gruppo di persone – Andreas, Tom, Annagret, Colleen, Leila, Anabel – si ritroveranno a ruotare attorno a Pip e a rimettere in discussione tutte le sue certezze.

Franzen scrive un romanzo complesso, che non segue un ordine cronologico lineare e che proprio per questo diventa dinamico, nonostante la corposità dell’opera.

Ogni aneddoto raccontato acquista senso nei capitoli successivi. Nulla nella narrazione di Franzen è lasciato al caso.

Jonathan Franzen è considerato uno dei migliori scrittori contemporanei e dopo aver letto Purity non fatico affatto a esserne d’accordo.

  • Purity
  • Jonathan Franzen
  • Einaudi
  • € 15.00, pp. 661.

Chapeau, Annie Ernaux

L’EVENTO – recensione

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No, non è ironia. L’inchino che le rivolgo è sincero. L’autrice de L’evento ci riporta agli anni Sessanta, quando l’aborto non si poteva neanche nominare, figurarsi praticarlo. Eppure diventa realtà, per una ragazza di ventitré anni, decisa a porre rimedio a ciò che considera un errore. Crudo, spietato e toccante, il racconto autobiografico della scrittrice è da Nobel.

Questo è un libro che può ledere la sensibilità di molte persone. Lo scrive persino lei, avvisa il lettore: non leggermi se non ce la fai, sembra dire. Si rende conto pienamente dell’effetto che le sue parole possono fare su qualcuno.

Lo hanno fatto anche a me, credo. In parte, forse. Alcune pagine, alcuni dettagli hanno provocato in me sentimenti contrastanti. Comprensione, in molti casi, ma anche sgomento, in altri. È così. E lo scrivo con quella stessa sincerità che ha usato Annie Ernaux nel mettersi a nudo di fronte a tutti, spaventata, arrabbiata con se stessa, ma consapevole e convinta di ogni sua decisione.

Lo faccio, dico di aver storto il naso dinanzi ad alcune frasi perché se non lo facessi, se nascondessi questa mia reazione involontaria, non le renderei giustizia.

Il coraggio che la Ernaux ha avuto nel raccontare una delle pagine più buie della sua vita (e dire che ne ha avute!) va rispettato, in toto. Anche quando non reggiamo di fronte alle scene più crude. Perché se leggerle provoca dolore, affrontare tutto questo non deve certo essere stato più facile, al contrario. L’autrice racconta ogni suo pensiero ed è spietata con se stessa, crudele. A volte anche troppo.

Se è vero che il cuore si stringe nel leggere alcuni passi, è vero anche che allo stesso tempo si prova una grande empatia nei suoi confronti. Nei riguardi, appunto, di una ragazza giovanissima, spaventata, che ha pagato caro un fugace momento estatico, che tante coetanee avevano avuto come lei, ma alle quali non è capitato lo stesso triste evento.

L’evento”, appunto, è ciò che accade a Annie quando sceglie che quel bambino non vuole tenerlo, che se ne deve liberare a tutti i costi, che proprio non ci voleva. “L’evento” è ciò che le accade in uno squallido bilocale, su un letto, a gambe aperte davanti a una anziana ex infermiera, solo perché nessun medico aveva accettato di aiutarla in modi meno truci. “L’evento”, ancora, è ciò che accade nel bagno del suo dormitorio qualche giorno dopo, quando la pratica adottata ha l’effetto desiderato.

Annie Ernaux racconta tutto nella maniera più cruda e veritiera possibile e chissà quanta fatica le sarà costata. Chissà che cosa avrà provato nel rivivere una delle esperienze più drammatiche della sua vita. Ma essere scrittori – essere scrittori bravi quanto lei, intendo – significa anche questo: parlare di cose scomode, raccontare verità inenarrabili e farlo con estrema franchezza, come lei ha saputo fare.

Ho sempre adorato questa scrittrice e la mia ammirazione esce rinnovata anche dopo la lettura di questo libro, forse ancora di più. Non è facile fare ciò che ha fatto, esporsi in tal modo, dar voce a chi ha vissuto la sua medesima situazione. A lei va la mia più assoluta stima.

  • L’EVENTO
  • Annie Ernaux
  • L’orma editore
  • € 15.00, pp. 113.

Ritratto di gioventù

– Recensione di PARLARNE TRA AMICI di Sally Rooney –

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“Non sopportavo che tutto quello che facevo fosse tanto brutto, ma anche di non avere il coraggio di affrontarne la bruttezza”

Desideravo leggere il libro di Sally Rooney sin dalla sua uscita. Mi ha conquistato sin dal titolo, sono stata attratta dalla copertina, mi ha subito intrigato l’argomento. E soprattutto ero curiosa di scoprire lo stile narrativo di un’autrice così giovane (classe 1991, chapeau!). Le novità editoriali però sono tante e io solo una, quindi Parlarne tra amici ha dovuto attendere un po’, fino a questo momento.

Parlarne tra amici è un romanzo di parentesi, di cerchi che si aprono e si chiudono, di storie matrioska che fanno giri immensi e poi ritornano. Un romanzo che parla di giovani ai giovani, ma anche alle generazioni più attempate, meno fluide, meno gender free. È un manifesto di libertà, è un simbolo dei millennials.

Svela l’incompiutezza di chi è appena diventato adulto, mostra le insicurezze e le fragilità di un’anima che non sa ancora quale sia il suo posto nel mondo, né se ce ne sia davvero uno. Mette in evidenza le crepe di uno spirito artistico che preferisce riversare le sue emozioni sulla carta e fa di tutto per nasconderle nella vita di tutti i giorni. Che ama immensamente ma finge noncuranza, che desidera attenzioni ma fa credere il contrario, che si fa del male pur di darsi consistenza, pur di sentirsi viva.

Frances, la protagonista, è tutto questo e molto di più. Compagna inseparabile di Bobbi, la sua ex. Pazza d’amore per Nick, un uomo bellissimo e sposato. Invidiosa di Melissa, ricca, fortunata e nevrotica.

Parlarne tra amici è stato una rivelazione, un romanzo stupendo che invita a lasciarsi andare per vivere appieno ogni esperienza e farne tesoro.

Perché tutto è vita.

Tutto è crescita.

Tutto è amore.

  • Parlarne tra amici
  • Sally Rooney
  • Einaudi
  • € 12.00, pp. 286