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BORGO SUD, #recensione

L’Arminuta è, a tutt’oggi, uno dei miei libri preferiti in assoluto, di quelli che consiglio senza
remore, certa che piacerà. Perché, diciamocelo, quel romanzo è un capolavoro. Sono sempre stata
curiosa di scoprire cosa sarebbe accaduto dopo a quella ragazzina spaesata, senza nome e senza
radici, e finalmente Donatella Di Pietrantonio ci ha fornito la risposta.

Borgo Sud racconta un’arminuta ormai grande, che da quella casa che non ha mai sentito sua si è allontanata un bel po’, finendo a Grenoble, addirittura. L’anonima protagonista, nonché voce narrante, ha cercato di scrivere la sua storia, discostandosi il più possibile dalla sua famiglia d’origine, formandosi culturalmente e professionalmente, strappando via da sé accenti e cadenze, sottolineando la sua diversità, forgiata dai libri e dagli abiti semplici ma eleganti, come se volesse costruirsi la sua identità e per farlo dovesse scegliere necessariamente di essere l’opposto di sua madre, l’opposto di tutto ciò che la circondava da piccola.

Più di lei, però, è Adriana quella che mi conquista. La sorellina con cui divideva il letto, mettendosi
“coccia e piedi” altrimenti in due non ci stavano, ha una forza prorompente che la rende viva sulla
carta. Creatura di carne e ossa, concreta come la verità che le esce dalle labbra, rivelatoria,
pungente, letale come una freccia scagliata al centro del petto. Perché sarà anche la meno
acculturata, Adriana, ma è dotata di un’intelligenza vivida e fervente, che le consente di vedere ciò
che gli altri non vedono e di muoversi nel suo mondo come se ne fosse la regina. Le due sorelle sono agli antipodi, ma forse proprio per questo riescono a volersi così bene, a essere l’una l’àncora dell’altra, rispettivi punti fermi in un marasma di abbandoni. Sarà proprio Adriana a riportarla a casa, con la sua naturalezza, il suo essere spontaneamente inopportuna, i disastri che combina, i guai in cui si caccia. Ma soprattutto, il bene che è capace di dare.

È questo, forse, che amo di più di quest’autrice. Il fatto, cioè, che i suoi personaggi siano così reali,
talvolta sbagliati, egocentrici, opportunisti o codardi. Il fatto, ancora, che scavi così a fondo nella
loro personalità pur dando l’impressione di restare in superficie. Donatella Di Pietrantonio fa ciò
che ogni scrittore che si rispetti dovrebbe fare: mostra, non dice. Non elenca difetti e qualità
delle sue protagoniste, ma pone un riflettore su di essi semplicemente attraverso un dettaglio, un
aneddoto, un tic nervoso, un gesto all’apparenza insignificante.

Oggi, a lettura ultimata, aggiungo un altro libro alla mia lista dei must.
Borgo Sud è magnifico.

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#leBrevi, LETTURE DI OTTOBRE

Mese ricco di letture, tutte – o quasi – piuttosto interessanti.

A LE SETTE MORTI DI EVELYN HARDCASTLE ho dedicato una recensione a parte. Cervellotico e misterioso, la suspense mi ha accompagnato lungo tutta la lettura.

Di Amélie Nothomb mi avevano parlato molto bene e dopo aver letto Né DI EVA Né DI ADAMO non posso che confermare questo giudizio. Amélie racconta del suo viaggio in Giappone, terra da lei amatissima, e del suo amore giovane e spensierato per un ragazzo del posto. La sua permanenza in Oriente è una continua sfida con sé stessa e un invito a superare i propri limiti.

COME SI FA è una lettura da fare al volo e non necessariamente in maniera continuativa e lineare. L’autore fornisce una risposta divertente ma esaustiva a quesiti improbabili. Un esempio? Come organizzare una festa in piscina se non si ha una piscina?

Anche a LE ASSAGGIATRICI ho voluto dedicare un post separato. Questo romanzo è una meraviglia, il più bello letto questo mese. Trovate la recensione scorrendo più giù.

LE REGOLE DEGLI AMANTI è un romanzo interessante, anche se a tratti caratterizzato da contenuti molto forti e alquanto espliciti, specie riguardo la sfera sessuale. L’idea di base, però, è intrigante. Viene raccontata una storia d’amore atipica, non convenzionale, ma non per questo meno vera o importante. Sandro e Iole scelgono di dar spazio, nella loro relazione solo ed esclusivamente alla passione. Cosa non sempre facile, motivo per cui occorre darsi delle regole.

QUEL TIPO DI DONNA è un inno all’amicizia al femminile, quel rapporto unico e profondo che si instaura da giovanissime e che cresce insieme alle protagoniste. Si legge, piacevolmente, in due ore.

SUL FILO DELL’ACQUA si è rivelata una garanzia. Che dirvi, io Sara Rattaro la adoro. Mi cattura, mi avvolge, mi conquista e mi fa riflettere su tante cose. Sempre. Questo romanzo corale è un cerchio perfetto che parte dall’alluvione che ha colpito Genova e ruota attorno a più vite, tutte in qualche modo travolte da quel drammatico evento. Bellissimo.

Quando ho letto la presentazione di questo libriccino, piccolo ma incantevole, ho pensato che parlasse di me. Che l’autrice avesse spiato nella mia mente e ne avesse messo su carta i pensieri. “Se non ti piace la tua vita, scrivitene una nuova”. È così che inizia LA LISTA, un piccolo vademecum per imparare a prendere in mano la propria esistenza e farne un capolavoro. Il resto ve lo lascio scoprire da soli.

LE ASSAGGIATRICI, #recensione

Quanto vale una vita?

Nel pieno della Seconda Guerra Mondiale, più ancora delle bombe, è la fame a fare paura. La popolazione vive come può, risparmia il più possibile le risorse a sua disposizione e talvolta salta i pasti.

Le dieci donne di Gross-Partsch, però, non hanno fame. Non più, almeno. Non da quando si siedono nella grande sala e aspettano, come ogni giorno, di essere servite con ogni ben di Dio. Piatti gustosi, manicaretti deliziosi che solleticano il palato e placano i crampi allo stomaco.

Ogni boccone, tuttavia, va giù a fatica. È una mina pronta a esplodere, un proiettile in canna. Ogni pasto è una roulette russa che potrebbe uccidere una di loro.

Loro sono le assaggiatrici di Hitler, le donne sacrificabili, quelle destinate a verificare che al Führer non venga servito del cibo avvelenato. La vita del capo di stato è troppo importante per essere messa a rischio. Non così quella di Rosa Sauer e delle sue commensali.

Di fronte alla caducità della sua stessa vita e in pena per il marito disperso in Russia, Rosa cercherà conforto nel legame con Elfriede e le altre ragazze. Ma in una situazione così complicata non sarà sempre facile distinguere gli amici dai nemici, la paura dall’affetto, la solitudine dal desiderio d’amore.

Rosella Postorino scrive un romanzo travolgente che a tratti rimanda al capolavoro della Némirovsky, Suite francese, al quale non ha assolutamente nulla da invidiare. Emozionante e coinvolgente, il romanzo vincitore del premio Campiello rinuncia alla linea di confine che separa il Bene dal Male, avvolgendo entrambi in una nebbia indefinita in cui nulla è interamente l’uno né l’altro.

LE SETTE MORTI DI EVELYN HARDCASTLE, #recensione

Se fosse un quadro sarebbe di Dalì.
Se fosse musica sarebbe un quarantacinque giri che salta sempre al solito punto.
Se fosse un film sarebbe diretto da Christopher Nolan.
Le sette morti di Evelyn Hardcastle” è un labirinto da cui il lettore non può scappare, una pioggia fitta senza arcobaleno, una nave senza bussola, una notte fonda senza stelle.
Ed è bellissimo.


Il libro nato dalla penna di Stuart Turton non è facile da collocare, non rientra perfettamente in alcun genere letterario.
È un romanzo quel tanto che basta per fornirgli un’ambientazione pittoresca: una grande dimora, un tempo nel pieno della sua bellezza ma oramai decadente e lugubre; domestici in stile Downton Abbey; ospiti guardinghi, cavalli, battute di caccia e abiti da sera.
È un thriller, perché non di una, ma di sette morti misteriose si parla. Poco importa che a tirare le cuoia sia sempre la stessa persona. Come? Con una buona dose di fantasy ed esoterismo.


Aiden, il protagonista, non fa che rivivere più e più volte sempre lo stesso giorno, anche se da diverse angolazioni e punti di vista, acquisendo di volta in volta nuove informazioni che lo porteranno a risolvere il mistero.
Cosa accade a Evelyn? Per quale motivo ogni sera muore sempre alla stessa ora davanti allo specchio d’acqua? E soprattutto, per mano di chi?

Il romanzo di Turton è sensazionale, qualcosa che sicuramente non avrete mai letto prima.
Se deciderete di leggere questo libro e bussare alla porta di Blackheath House preparatevi a non uscirne più.

L’EDUCAZIONE, #recensione

Non riesco a trovare le parole per descrivere la magnificenza di questo romanzo. Tara Westover racconta una storia, la sua storia. Ed è talmente sconvolgente da sembrare impossibile. Eppure ogni parola, ogni sentimento esposto e messo a nudo, ogni evento narrato è intriso di verità. È la sua verità: ignorata, negata, travisata, allontanata, messa in dubbio e infine cercata con la disperazione di chi ha bisogno di vivere, di pensare con la sua testa, di essere parte del mondo. Di respirare, finalmente. Anche se per farlo occorre tranciare via tutto, o quasi.

Tara è una mormona, la cui famiglia, a differenza dei tanti mormoni che conosce e che predicano ogni domenica a messa la parola del Signore, si incanala all’interno dei precetti, facendoli propri con veemenza e testardaggine. Isolata dal resto del paese, la famiglia Westover rispetta rigorosamente i canoni di vita imposti dal padre bipolare, proprietario di una discarica. Niente scuola per i suoi figli, niente medici per chi sta male. Nessun capo d’abbigliamento che possa lasciare scoperta una parte della pelle, nessun libro che non sia quello di Mormon.

Tara e i suoi fratelli, incapaci di inserirsi in una società che percepiscono nemica, aiutano il padre a raccattare ferri e materiale di scarto, sottoponendosi spesso a pericoli che solo raramente sono in grado di vedere. Pendono dalle labbra del genitore, temono l’ira del Signore e si attengono scrupolosamente alle regole imposte. Fino a quando qualcosa non apre un piccolo varco nella loro mente. Un varco che verrà ottusamente richiuso e rinnegato da alcuni di loro, e che verrà alimentato fino a divenire una voragine, dagli altri.

La Westover racconta tutto con sincerità disarmante, prendendo il lettore per capelli e trascinandolo vigorosamente tra le pagine. Leggimi, ascolta la mia storia, sembra dire. È assurda, eppure in qualche modo sembrerà la tua.

Sembra la tua, sì. E non perché tu abbia vissuto qualcosa di anche lontanamente simile, ma perché questa strepitosa, sensazionale, meravigliosa autrice con le sue parole letali, con i suoi dubbi e le sue emozioni contrastanti, con il suo coraggio nel mostrare ogni ferita, ogni errore (anche suo), ogni dubbio, ogni perplessità, sovrappone la sua ombra alla tua. I suoi errori diventano i tuoi. Le sue risate isteriche le senti esplodere sulle tue labbra. I suoi polsi spezzati arrecano dolore ai tuoi. A te, che ti dimeni con lei per sfuggire alle grinfie dei prepotenti. A te, che una, dieci, mille volte nella vita hai pensato di essere sbagliata, dopo aver trascorso anni a credere di essere nel giusto. A te, che ti senti fuori posto e cerchi di aggrapparti a ogni appiglio, anche se è un covo di rovi. A te, che pensi di essere carbone e invece sei diamante.

A te, che leggi la storia di Tara e senti di volerle bene. Perché hai sentito bruciare sulla pelle le sue sconfitte e le sue ferite. E perché, a ogni sua vittoria, ti sei sentita librare in alto, caparbia e fiera, spaventata ma finalmente libera.

MAI STATI COSì FELICI, recensione

Quando Piccole donne incontra il fenomeno televisivo This is us, il risultato non può essere che un “inferno ormonale” nel quale quattro strepitose protagoniste si districano in un labirinto di emozioni, disastri, sventure e conquiste.

Sto parlando di uno dei libri più chiacchierati del momento. Acclamato a giusta ragione dalla critica e amatissimo dai lettori (e io, devo ammettere, non faccio eccezione), Mai stati così felici è un romanzo stupendo che consiglio a chiunque. Tanti gli argomenti trattati con uno stile fresco e dinamico, pulito e accattivante. E tanti, soprattutto, gli spunti di riflessione.

PICCOLE DONNE

Il paragone con il capolavoro della Alcott è immediato, viene spontaneo sin dalle prime pagine. E non potrebbe essere altrimenti, visti i presupposti e i molteplici punti in comune. Anzitutto, gioco facile, in entrambi i casi le protagoniste sono quattro sorelle, alle prese con le difficoltà della vita, la voglia di crescere in fretta e la paura di dover affrontare le sfide future. A differenza delle dolci, virtuose e integerrime sorelle March, tuttavia, Wendy, Violet, Liza e la piccola Grace Sorenson non sempre sono dei perfetti esempi di moralità. Mentono, bevono, fanno sesso con sconosciuti, si arrabbiano e alternano momenti di estrema complicità ad altri di rivalità, affetto ad antipatia, interesse a noncuranza. Insomma, queste moderne eroine rappresentano – chi in un modo, chi nell’altro – ogni aspetto della vita familiare. Vi assicuro che a lettura ultimata, le amerete tanto quanto le più famose Meg, Jo, Beth e Amy.

THIS IS US

Confrontandomi con altre booklover sono rimasta favorevolmente colpita – ma non sorpresa – dal fatto che in molte, proprio come me, avevano accostato il romanzo di Claire Lombardo alla serie televisiva che da qualche anno fa incetta di candidature agli Emmy. Proprio come in This is us, anche in Mai stati così felici alle vicende delle ragazze Sorenson si intervalla la storia dei loro genitori, dagli esordi al bellissimo finale. Il calmo e pacato David e la sorridente hippie Marilyn costruiscono mattone dopo mattone, figlia dopo figlia, la loro famiglia, fra alti e bassi, discussioni e baci, litigi e riappacificazioni. I continui flashback, oltre a mantenere vivo l’interesse del lettore, ci permettono di scoprire di volta in volta cosa accade a ognuno dei personaggi, in un crescendo di emozioni.

MATERNITA’

Essendo incentrato su quattro ragazze – cinque, se contiamo anche la madre – è normale che si affronti uno dei temi cardine nella vita di una donna. La maternità è una tematica centrale nel romanzo della Lombardo ed è affrontata da svariati punti di vista. Una gravidanza che coglie di sorpresa, una indesiderata, una fortemente voluta, una capitata nel momento meno opportuno e un’altra che non va esattamente come previsto. Così, il rapporto tra genitori e figli viene sviscerato in ogni sua parte, offrendo una visione a 360° su cosa voglia dire essere donna oggi, mettere da parte ambizioni e carriera, o al contrario scegliere di mettere se stesse al di sopra di ogni cosa. Non sempre politically correct, anzi per fortuna non lo è quasi mai, la Lombardo è bravissima nel raccontare i lati oscuri della personalità di ogni sorella, gli egocentrismi, gli errori; al contempo, però lascia trapelare una luce in ognuna di loro, che brilla sempre di più fino a espandersi totalmente. Nessuna di loro resta la stessa. Evolvono, cambiano, peggiorano e migliorano di nuovo, mostrando senza timore le loro fragilità e trovando la forza di riemergere e di riprendere in mano la loro vita. Perché se è vero che le cose non vanno quasi mai come speriamo, è altrettanto vero che, talvolta, la realtà può essere migliore di quanto si possa sperare.

#leBrevi – LETTURE DI AGOSTO

Agosto è stato un mese impegnativo (in tutti i sensi) e questo si nota anche dalle letture intraprese. Una certa predominanza di classici della letteratura latina la dicono lunga su uno dei motivi per cui le ultime settimane sono state senza dubbio intense: è in corso la preparazione di un esame alquanto tosto. Tre dei sei libri letti durante il mese non rappresentano la solita lettura di svago dunque, anche se devo dire che per almeno due di essi (Seneca e Cicerone), si è rivelata comunque molto piacevole. Meno quella di Ovidio, non tanto per lo stile quanto per i contenuti (lasciatemelo dire: Arte di amare, un corno!). Sorvolerei dunque su questi preziosi volumi, rimandando lo spiegone ad altra sede (ahimé) e mi limiterei a parlarvi dei tre romanzi scelti per intervallare lo studio della letteratura latina.

IL DIO DELLE PICCOLE COSE era uno di quei libri che desideravo leggere da tantissimo. Molti amici mi avevano parlato di questo romanzo in termini entusiastici, dunque non vedevo l’ora di approcciarmi ad esso. Devo dire la verità: sarà perché avevo la testa piena e la mente stanca, non l’ho apprezzato quanto mi sarei aspettata. Anzi, a un certo punto mi ha talmente annoiato da avermi fatto decidere di abbandonarne la lettura a metà. Non sono proprio riuscita ad andare avanti, non me ne vogliate. Lo riprenderò magari più in là, e forse la mia recensione sarà più positiva, chissà.

LA PERFEZIONE è un romanzo breve di Raul Montanari, autore che adoro e a cui sono legata da un ricordo in particolare. Il suo STRANE COSE, DOMANI resta tra i miei libri preferiti, quelli che conservo nel cuore. Ho apprezzato anche questo, il cui titolo è stato scelto da Aldo Busi proprio perché lo riteneva un romanzo perfetto. Montanari si fa leggere sempre molto volentieri, e il suo espediente di evidenziare le parole chiave all’inizio di ogni capitolo invita quasi il lettore a seguire una dopo l’altra le briciole di pane da lui disseminate, tenendo il segno della storia. “La perfezione” racconta il male assoluto, senza mezzi termini e, forse, senza neanche spiegarlo. Va spiegato, in fondo, il male? Uno scontro tra due killer fa da sfondo alla storia, ma a mancare è proprio la motivazione che li porta a fare ciò che fanno e a essere ciò che sono. Al di là di questa mia piccola, infinitesimale insoddisfazione, il romanzo è strutturato davvero in maniera esemplare, come un cerchio giottiano, che scorre lineare e senza sbavature fino a che la fine della linea curva non si ricongiunge finalmente al suo inizio.

MAI STATI COSÌ FELICI è il libro che ho amato di più, in assoluto. Più di settecento pagine passate in un lampo, anche troppo in fretta. Avrei voluto continuare a gustarmi la compagnia delle quattro piccole donne moderne, protagoniste del romanzo. Quattro personalità uniche, diversissime e per nulla scontate, che introducono il lettore all’interno della loro famiglia, raccontando la storia di ognuno dei membri che la compongono. Talmente bello che ho deciso di riservargli una recensione a parte, che uscirà nei prossimi giorni sul blog. Spoiler alert: Claire Lombardo è il top del top. Stay tuned.

#STODADIO L’ENIGMA DI ARTOLÈ, #recensione

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“La mattina del giorno in cui sono morta mi sono svegliata sorridendo”

A pronunciare queste parole, che costituiscono l’invitante incipit del primo capitolo, è Luciana Ferrari, una donna non più giovanissima, amata dall’intera comunità dell’appennino bolognese, dove è ambientato il giallo di Carmine Caputo.

In particolare, a fare da scenario all’indagine è il piccolo paesino di Tolè, il quale ogni anno si anima grazie a un festival a base di arte, musica e buon cibo, popolandosi di turisti e curiosi provenienti da tutta Italia.

A indagare sulla tragica morte di Luciana è il sarcastico maresciallo Luccarelli, stattese trapiantato a Bologna (proprio come l’autore), aiutato dal suo amico di infanzia Leo, professore in vacanza.

In mano i due hanno ben poco: una manciata di personaggi ambigui e discutibili, un nipote prodigo dal tempismo tutt’altro che perfetto e un elenco di numeri di telefono. Certo, poi ci sono l’intuito del maresciallo e la vasta cultura di Leo a mettere insieme gli indizi. Ma saranno sufficienti a svelare tutto e a rendere finalmente giustizia alla povera Luciana?

#STODADIO l’enigma di Artolè è un giallo sui generis, accattivante non solo per l’intreccio in sé, quanto soprattutto per la struttura del libro, che personalmente ho apprezzato moltissimo.

Il romanzo sembra, infatti, diviso in due parti ben distinte. Nella prima il tutto si dipana nella maniera più classica. Viene presentato il contesto in cui l’azione si svolge, conosciamo i due investigatori (uno improvvisato, l’altro meno) e ci vengono forniti gli indizi man mano che gli interrogatori vanno avanti.

Sul più bello, quando Luccarelli e Leo sembrano aver compreso quanto è accaduto, l’autore ci fa uno scherzetto. Non è ancora pronto a lasciarci andare, a svelarci ogni segreto, perché Luciana ha ancora tanto da raccontare.

Ecco, dunque, che nella seconda parte del libro è proprio la vittima a presentarci ogni personaggio, dalle cui voci apprendiamo nuovi dettagli su quella strana e infinita giornata, fino all’ultimo colpo di scena.

Il giallo di Caputo è un omaggio alla terra d’adozione dell’autore, ma anche un inno all’amicizia, quella vera, tra il maresciallo e il suo compaesano, i quali non mancano di rimbeccarsi continuamente a suon di frecciatine e battute ironiche.

Little tip: abbinare la lettura del romanzo a un ombrellone vista mare. Connubio perfetto!

#leBrevi – LETTURE DI LUGLIO

Mese di novità, quello appena trascorso. Mi sono dedicata alle uscite più recenti, alcune delle quali attesissime. Tutte diverse, tutte belle, questa volta.

Delle IMPERFETTE ho parlato in un articolo a parte (lalibrellula.art.blog/2020/07/15/le-imperfette-recensione/). Mi ha intrigato sin dal suo arrivo in libreria e non mi ha deluso affatto. Introspettivo ma scorrevole, serio ma leggiadro. Una scrittura fresca e leggera per trattare argomenti scomodi e delicati, eppure necessari. C’è persino un pizzico di noir sul finale, che non guasta per niente.

IL MALE DEL NORD è l’unico saggio di attualità a cui mi sia approcciata nelle ultime settimane e devo ammettere di averlo trovato piuttosto illuminante. Racconta, con tanto di dati e riferimenti storici, le ingiustizie di cui il Mezzogiorno italiano è sempre stato vittima e i pregiudizi che lo hanno sempre voluto inefficiente, incapace, pigro. Il tutto illustrato in chiave coronavirus. Attualissimo.

A #STODADIO, L’ENIGMA DI ARTOLE’ ho intenzione di dedicare una recensione a parte (la troverete prossimamente sul blog). Carmine Caputo non abbandona mai la sua ironia e il suo spiccato umorismo, anche quando c’è da indagare su un crimine perpetrato ai danni di una donna amata da tutto il paese. Chi può averle fatto del male? E per quale motivo? Lo scoprirà il maresciallo Luccarelli, con l’aiuto del suo amico Leo.

Dopo aver letto i primi due non potevo certo rinunciare alla lettura del terzo MOMENTI TRASCURABILI. Pillole esilaranti, aneddoti da leggere poco alla volta per farsi due risate e scoprire che, sotto sotto, abbiamo tutti le stesse nevrosi e ossessioni, che darebbero da pensare se non fossero così divertenti. Francesco Piccolo mi fa sempre venir voglia, a lettura ultimata, di stilare una lista dei miei Momenti trascurabili. Sono proprio tanti…

RICCARDINO mio l’ho atteso per un lunghissimo anno. Mi ha fatto ridere, mi ha fatto piangere, mi ha fatto ritrovare il mio amatissimo Camilleri per un’ultima volta. L’ultima indagine di Montalbano riguarda un uomo che viene assassinato per strada subito dopo aver telefonato, per sbaglio, al noto commissario. I soliti intrighi, i malumori di Salvo, le porte sbattute di Catarella, i “già fatto” di Fazio e un costante, originale, dialogo fra autore e personaggio, per un finale che sorprende e commuove. Bellissimo.

ECHI IN TEMPESTA… nooooooooooooo!!!! Christelle, amica mia, per quattro libri hai fatto passare a quei poveri Ofelia e Thorn le disgrazie più indicibili: odi e rancori, allontanamenti, prigionie, maltrattamenti, scelte difficili, aggressioni, mutilazioni, perdita di poteri (e di dita), fratture, cicatrici, bernoccoli, pericoli vari… e poi? SPOILER ALLERT: neanche alla fine regali loro una gioia? Eh no, Christelle. No. Eppure, nonostante il mio dispiacere e il desiderio di un finale diverso, alla Dabos e alla sua saga dell’Attraversaspecchi va il merito di avermi fatto avvicinare al fantasy, un genere letterario a cui non avevo dato abbastanza spazio in passato. Thorn e Ofelia mi sono rimasti nel cuore.

RICCARDINO, #inLovingMemoryOf Andrea Camilleri

E quattro. Sono quattro i libri per cui ho pianto. Per due di essi di dolore, quasi fisico. Il primo in assoluto è stato Una vita come tante, capolavoro letterario scritto da Hanya Yanaghiara. Ho desiderato proteggere Jude per tutto il tempo e ho versato lacrime amare, amarissime (leggetelo, vi prego, fatevi questo dono… piangerete, ma ne uscirete più ricchi). Poi è stata la volta di Orfani bianchi di Antonio Manzini. Mirta Mitea è diventata una delle mie più care amiche e ho sofferto con lei. Nel terzo caso si è trattato più di una lacrimuccia di nostalgia per aver lasciato Lila e Lenù. Mi sono entrate dentro quelle due, e girare l’ultima pagina è stato come salutare un amico che sai che non rivedrai mai più.

Il quarto pianto è stato di commozione. Non per Riccardino, alla cui morte mi sono interessata per pura curiosità, desiderio di caccia alla verità. In parte per Montalbano, uno dei commissari più amati di sempre. Tantissimo, ma proprio in maniera sconfinata, per Camilleri. È per lui che ho pianto alla fine di Riccardino. Per il dispiacere di aver letto la sua ultima pagina e di non trovarne altre.

Andrea Camilleri è stato un genio per tante ragioni. La prima è quella di aver creato una lingua tutta sua, un dialetto che sin da subito ho trovato comprensibilissimo nonostante io non abbia mai messo piede in Sicilia (cosa a cui dovrò porre rimedio asap). La seconda ragione è per aver ideato un personaggio che, vuoi o non vuoi, resterà nella storia della letteratura italiana. Complice anche il successo della serie tv, che in quanto a qualità non è da meno, a Salvo Montalbano ci siamo tutti un po’ affezionati. È di famiglia, insomma.
La terza ragione, e forse la più importante, è per ciò che ha saputo realizzare in quest’ultimo romanzo: un dialogo continuo dove autore e personaggio si confrontano, scambiandosi quasi i ruoli, prendendo l’uno il posto dell’altro.

Camilleri ha sempre detto che Montalbano sarebbe, in qualche modo, morto con lui. Ma è riuscito ad andare oltre, a fare molto di più: è tornato in vita lui, Nené. A un anno esatto dalla sua morte, riascoltiamo la sua voce al telefono con il commissario, ritroviamo i suoi pensieri, le sue convinzioni. Sembra di vederlo lì, vivo, all’altro capo del filo (toh, che citazione che mi è venuta fuori) a raccontarci il pirchì e il pircòme ha scelto di concludere la saga ambientata a Vigàta. Si è inserito nella storia, nero su bianco, in una sorta di dichiarato cammeo, si è reso personaggio ed è diventato immortale. Più di dieci anni prima di morire (questo romanzo è stato scritto quando di anni ne aveva ottanta) ha scelto di non morire affatto, ma di restare in eterno nelle sue pagine e, di certo, nel mio cuore.
Mi mancherai tantissimo, Nené. Proprio tanto.
Ma Sellerio è stata lungimirante, aveva forse pensato a ciò che avremmo provato noi lettori, a quanto saremmo stati tristi dopo aver concluso l’ultima indagine di Montalbano. E allora ha avuto la splendida idea di creare un piccolo catalogo di tutto ciò che Camilleri ha pubblicato con la storica casa editrice.

È stata una vera gioia scoprire, sfogliandolo, che pur avendo letto tantissimo di questo autore, c’è ancora molto altro da leggere, altri romanzi che andrò a recuperare e in cui mi tufferò per ritrovare ancora una volta e un’altra ancora la sua voce arragatata, la sua mente fina, e la sua bella, bellissima penna.